Giallo nella Palude redenta

Giallo nella Palude redenta

A proposito del romanzo di Antonio Scarsella

di Floriana Giancotti

Antonio Scarsella, in questa opera d’esordio, sceglie il giallo come genere letterario. Ma non un giallo alla moda, dove i cadaveri si susseguono, il sangue straborda e gli assassini sono degli psicopatici gravi figli più di Hitchock che di Freud. Il suo libro rientra nel genere, che già si può catalogare così, del giallo italiano. Un giallo d’ambiente, meditativo, storico, in cui l’investigatore mentre interroga luoghi e persone, interroga anche se stesso e l’indagine diventa un itinerario interiore di riflessione sugli uomini e sul potere.

Il romanzo inizia all’americana: c’è un cadavere di un uomo sotto un ponte, lungo l’argine di un canale di bonifica, ed il maresciallo Duilio Spadon, di origini venete come dice il cognome, deve sciogliere il mistero di un’intricata matassa. E così, proprio all’americana per stile e ritmo, comincia la ricerca.

Siamo in un capoluogo di provincia, Latina-Littoria, al centro dell’Agro redento, nel periodo che segue il secondo conflitto mondiale, quando la questione contadina era ancora uno dei problemi più importanti della vicenda nazionale. 

L’occupazione delle terre e gli scioperi alla rovescia  animavano la cronaca locale colorandosi, qui in Agro pontino, di una particolarità tutta interna alla storia di questo territorio, la conflittualità tra coloni assegnatari dei poderi dell’ONC e contadini poveri della collina lepina, che si erano sentiti espropriati delle terre della pianura e ne rivendicavano il possesso. 

La questione si complicava politicamente perché i coloni veneti assegnatari dei poderi votavano in massa per la Democrazia Cristiana, mentre i contadini poveri dei Lepini erano legati al Partito Comunista e al Partito Socialista, insomma i bianchi contro i rossi.

E’ questo il contesto in cui il maresciallo deve dipanare la sua matassa, mentre le indagini si fanno serrate e nutrono contemporaneamente la riflessione politico-filosofica che il giovane carabiniere ama. 

Questo è l’aspetto originale del romanzo: la riflessione storica scaturisce dalla vita quotidiana, dal confronto costante tra un vicino e lontano, tra un prima ed un poi.

Spadon è un carabiniere leale, “fedele nei secoli”, e perciò istintivamente rifiuta la pista politica delle indagini che subito viene imboccata da alcuni giornali locali e dai suoi superiori. 

Portare avanti il filo dei ragionamenti accumulando prove, in tempi brevi e con la sola forza delle sue analisi e della conoscenza del territorio, sarà la sua scommessa. 

Comincia così un doppio viaggio, quello in pianura, tra i poderi dell’ONC, per interrogare amici e familiari e quello sulle colline per inseguire le tracce di un disegno criminoso teso a nascondere le fila di un sistema di sottopotere che imbriglia la vita dei poveri coloni. 

Si realizza così un vero e proprio viaggio conoscitivo del territorio, dalla città razionalista, dalle sue piazze, i palazzi monumentali, i bar e le osterie che connotavano i luoghi, alla campagna: le migliare, l’Appia, la Pedemontana, i canali, i ponti, la ferrovia Velletri-Terracina, l’Abbazia di Valvisciolo, su su verso i paesi, Norma, Bassiano, Sezze. 

E mentre il paesaggio si apre sotto gli occhi del maresciallo, il suo orizzonte conoscitivo si allarga assieme all’orizzonte naturale che si allarga man mano che si guadagna in altezza.

E così camminando, fermandosi, osservando, il giovane arriva ad una prima certezza “gli uomini delle colline … abitavano dentro le mura … il colono invece viveva in campagna” questa distinzione apparentemente ovvia costruisce una differenza antropologica, è una differente percezione dello spazio e della relazione che modifica le modalità di vivere e costruire le azioni.

Antonio Scarsella è evidentemente catturato dalla storia di questo territorio, dal suo incrociarsi di vite, di situazioni, dalla mescolanza delle culture: i percorsi dell’indagine del commissario sono tutti occasioni per cercare di capire la conflittualità e varietà degli interessi che si confrontano e si scontrano sulle terre bonificate. 

Il rapporto tra pianura e collina è il filo rosso che tiene insieme i ragionamenti, suggerisce piste di ricerca per le indagini. Questo è il cuore della storia e della cronaca, nel tentativo di sfuggire agli stereotipi della Grande storia ed a quelli suggeriti dalle trame di potere che vorrebbero insabbiare la verità.

Il maresciallo Spadon, forte della sua fedeltà ai principi della Benemerita, forte della sua limpidezza e correttezza, osserva, riflette, si pone problemi, si fa domande, costruisce risposte. Risposte alle indagini, risposte alle domande che l’osservazione del territorio e degli uomini che lo abitano continuano a porre.

Il territorio è il deuteragonista del romanzo, una presenza costante nel racconto. 

Non è semplicemente sfondo o teatro dell’azione ma contiene i segni che spiegano la storia degli uomini:

«Il contadino sezzese pianta i carciofi, i pomodori, le melanzane, e poi li rivende cercando di ricavarne il maggior utile possibile. Il colono di Borgo Faiti alleva le vacche e consegna il latte a chi dice l’Opera, coltiva il mais, le bietole, il grano ma li consegna all’ammasso, agli stessi che gli hanno venduto i semi e i concimi e con i quali ha le cambiali agrarie. 
Il contadino di Sezze discute con gli altri contadini di come migliorare la propria esistenza, si mette in competizione. Il contadino del Faiti, invece, è da solo, lui con la sua famiglia, di fronte al concedente e al potere economico che lo governa. E il bisogno lo rende ancora più prigioniero di questo sistema».

Mentre la macchina del maresciallo si sposta attraverso le strade che solcano l’Agro redento o s’inerpica su quelle tortuose della collina, l’occhio indugia sul paesaggio, sui luoghi che lo nominano, così anche il lettore percorre quelle strade quei borghi, solca la pianura punteggiata dai poderi, sosta sulle piazze dei paesi, osserva costumi tradizioni ed uomini.

Si anima attorno a noi un mondo, tra le case coloniche si svelano rapporti, ora amorosi, ora nefasti, nei borghi e nelle osterie si raccolgono informazioni, si conoscono gli intrecci di interessi che funestano la vita dei coloni, si conosce la loro dignitosa povertà, il lavoro duro e costante, i lacci che li legano in una soggezione quasi senza scampo all’ONC ed ai Consorzi. Ed al centro c’è sempre la terra. L’atavico desiderio di diventarne proprietari, i sacrifici, le promesse, il riscatto, l’indebitamento, le speculazioni sul loro bisogno.

E poi l’opportunismo che non conosce cambiamento di regime: basta cambiare la camicia ed il mondo torna all’ordine di sempre,

La conclusione delle indagini è amara per il nostro maresciallo ed investe le sue scelte di vita. Così, mentre gli sembra di aver capito finalmente le caratteristiche di quel territorio che ha imparato ad amare, deve sperimentare un’incompatibilità tra la sua coscienza e la sua realtà lavorativa.

Insomma questo romanzo nasce come un giallo, ma diventa occasione per un’approfondita analisi sulla storia locale e sulle eterne caratteristiche del potere e dell’uomo in generale. Senza pedanteria, senza tracotanza interpretativa, con uno stile piacevole, con un ritmo incalzante che consente al lettore di non perdere mai di vista l’elemento “romanzesco” che ne giustifica la lettura.


SINOSSI

GIALLO NELLA PALUDE REDENTA, "Agnelli, lupi e figli delle tenebre" nella Latina dei primi anni Cinquanta
Di Antonio Scarsella, Atlantide Editore

C’è il cadavere di un uomo sotto un ponte, lungo l’argine di un canale di bonifica, e il maresciallo Duilio Spolon, di origini venete, deve sciogliere il mistero di un’intricata matassa. Siamo a Latina-Littoria, al centro dell’Agro redento, nel periodo che segue il secondo conflitto mondiale, quando la questione contadina era ancora uno dei problemi più importanti della vicenda nazionale.
L’occupazione delle terre e gli scioperi alla rovescia  animavano la cronaca locale colorandosi di una particolarità tutta interna alla storia di questo territorio: la conflittualità tra coloni assegnatari dei poderi dell’ONC e contadini poveri della collina lepina che si erano sentiti espropriati delle terre della pianura e ne rivendicavano il possesso.
La questione si complicava politicamente perché i coloni veneti assegnatari dei poderi votavano in massa per la Democrazia Cristiana, mentre i contadini poveri dei Lepini erano legati al Partito Comunista e al Partito Socialista, insomma i “bianchi” contro i “rossi”.
È questo il contesto in cui il maresciallo deve dipanare la sua matassa, mentre le indagini si fanno serrate e nutrono contemporaneamente la riflessione politico-filosofica che il giovane carabiniere ama e che lo porterà, contro la stampa locale e i suoi superiori, a percorrere un’impervia pista tracciata dal filo dei ragionamenti e delle analisi scaturiti dalla conoscenza dei luoghi e delle persone.
Un doppio viaggio, quello in pianura, tra i poderi dell’ONC, per interrogare amici e familiari delle vittime e quello sulle colline per inseguire le tracce di un disegno criminoso teso a nascondere le fila di un sistema di sottopotere che imbriglia la vita dei poveri coloni. Durante questo viaggio, il paesaggio si rivela agli occhi del maresciallo e rivela pure le differenze antropologiche, gli incroci di vite, la mescolanza delle culture, gli interessi che si confrontano e si scontrano sulle terre bonificate.
Il rapporto tra pianura e collina è il filo rosso che tiene insieme i ragionamenti, suggerisce piste di ricerca per le indagini. Il territorio è costantemente presente nel racconto, non semplice sfondo o teatro dell’azione ma colui che contiene i segni che spiegano la storia degli uomini.
Al centro c’è sempre la terra. L’atavico desiderio di diventarne proprietari, i sacrifici, le promesse, il riscatto, l’indebitamento, le speculazioni sul loro bisogno. E poi l’opportunismo che non conosce cambiamento di regime: basta cambiare la camicia ed il mondo torna all’ordine di sempre.
Un romanzo che nasce come un giallo ma diventa occasione per un’approfondita analisi sulla storia locale e sulle eterne caratteristiche del potere e dell’uomo in generale.


GIALLO NELLA PALUDE REDENTA è acquistabile nelle principali librerie di Latina e Provincia o direttamente dal sito dell'Editore, spedizione gratuita con Corriere, consegna in 3-4 giorni lavorativi.

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Grazie a Dario Petti e ad Atlantide Editore per la disponibilità nella realizzazione di questi articoli

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da un'idea di Marco Mastroleo

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