Storie di uomini e genti

Era mio nonno

Storie di uomini che danno voce alla storia, dal punto di vista dei "piccoli", di quei nomi che non si trovano sui libri ufficiali. Anche per questo è bello esplorare i paesi come Bassiano, perché, a ben sentire, anche un semplice quadro su una parete può raccontare una bellissima storia. 

Ecco quella di Masimo Porcelli e della sua Famiglia.
Grazie Massimo 


Era mio nonno

Di Massimo Porcelli

Quanti di voi ne avevano uno in casa? E’ un’usanza che è appartenuta a tre-quattro generazioni che ci hanno preceduto e che andrà probabilmente scomparendo, soppiantata da altre forme che le tecnologie rendono oggi disponibili …

Quella di esporre su una parete, possibilmente la più “importante” di casa, un fotoritratto di grande formato, naturalmente in bianco e nero o, tutt’al più, acquarellato a colori, raffigurante un proprio avo, i propri nonni nel giorno del matrimonio … chi in posa austera, chi con lo sguardo serio, consapevole dell’immortalità di quell’attimo racchiuso nello scatto.

Nella casa dei miei genitori, quella che, per così dire, ho “frequentato” fin dalla mia nascita, c’era, appunto, un grande fotoritratto, incorniciato in una massiccia cornice scura, incombente sulla sala da pranzo. Si … proprio incombente, perché con le alte pareti, il soffitto a 3 metri e trenta, il “quadro” era stato affisso al chiodo con un sistema che gli faceva assumere un’inclinazione di 10 gradi, così che l’immagine nel ritratto avesse proprio il suo sguardo rivolto verso chi si fosse trovato nella stanza.

L’immagine, il fotoritratto, era quella di mio nonno Antonio Porcelli, ripreso a mezzobusto, in uniforme militare, Soldato della Grande Guerra.

Porcelli

Lui era lì, è sempre stato lì … mentre io crescevo, era presente in tutte le occasioni in cui quella sala è stata frequentata da qualcuno della famiglia, per una pranzo speciale, il festeggiamento di un compleanno, l’incontro con qualcuno che veniva a trovarci … una discussione … lui era lì, una presenza silenziosa, discreta.

Tanto discreta che io, di mio nonno Antonio, sapevo poco o niente.

Quel fotoritratto era una delle poche cose che mio padre Armando custodiva del padre, di Antonio, scomparso, anzi, per l’esattezza “dichiarato disperso”, il 27 ottobre 1917, per fatto di guerra, lasciandolo, suo malgrado, orfano di guerra a 3 anni.

Mio padre ha patito per i successivi 97 anni la mancanza del padre, di cui tuttavia poteva avere forse, sottolineo forse, un ricordo sbiadito ma il vuoto, quello sì, era presente!

Dicevo … di mio nonno Antonio sapevo poco o niente. Certo, il ritratto è stato sempre lì, non poteva sfuggire, anche ad uno sguardo distratto, ma la curiosità di saperne di più, un po’ di più di quei scarni accenni che saltuariamente faceva mio padre, di Lui disperso nel 1917 ed io nato nel 1957, quarant’anni dopo, confesso … non m’è mai venuta!

Fin quando, sistemando delle cartelle custodite da mio padre Armando, ho rinvenuto una serie di lettere fittamente scritte con una calligrafia ordinata ed elegante che si potrebbe stentare a credere siano state scritte, tra il 1916 e il 1917, da colui che, nei documenti ufficiali, alla voce “professione” era indicato: pastore.

Ebbene sì, mio nonno Antonio si qualificava “pastore”, perché nel novero delle professioni dell’epoca era quella che più corrispondeva al suo impiego: custodire, accudire, il bestiame di cui lui, con gli altri familiari, era proprietario. La famiglia accudiva, infatti, ad una decina di bovini e ad almeno cinquanta suini (dati desunti dal censimento effettuato nel 1914 per determinare l’ammontare delle tasse da corrispondere all’Università Agraria, Ente creato per la gestione dei territori in uso civico alla Comunità di Bassiano) con i quali provvedeva, insieme alle terre in affitto nelle lestre di San Donato, al sostentamento economico.

Qui, ora, mi si potrebbe obiettare: ma come fai a dire queste cose su tuo nonno se poco prima hai detto che ne sapevi poco o nulla?

Infatti … quel poco o nulla, piano piano è stato colmato dalle ricerche, e dalle scoperte, che la curiosità suscitata dalla lettura delle lettere ha innescato.

E’ stata una scoperta sapere che circa 80 famiglie di Bassiano - e tra queste quella di mio nonno Antonio - trascorrevano buona parte dell’anno, da ottobre a maggio, nelle lestre nei territori del Quarto di San Donato, parte della Selva di Terracina, concessi in uso civico dalla Famiglia Caetani alla Comunità di Bassiano.

 

E ancora, è stata una scoperta apprendere che è mio nonno, il pastore Antonio, di sentimenti politici socialisti, che nel 1913, appreso delle aperture, nei territori vicini, di alcune scuole rurali ad opera dell’Ente Scuole per i Contadini dell’Agro Romano e le Paludi Pontine - consapevole dell’importanza di elevare il livello culturale degli adulti e di assicurare l’istruzione per i giovani che vivono con le famiglie in palude, promuove la costruzione, insieme ad alcuni altri capifamiglia - della capanna-scuola che consentirà l’istituzione dei corsi feriali diurni e serali, frequentati rispettivamente dai bambini e dagli uomini, e quello festivo per le donne, svolti dai coniugi Nicola e Lina Barbieri, originari di Barletta.Capanna Scuola

Ma l’impulso a migliorare le condizioni di vita della propria Comunità deve costituire una costante del proprio agire. Ed è così che nel 1914 promuove l’iniziativa per la costruzione di un ponte in legno necessario per consentire l’attraversamento in sicurezza del fiume Sisto, che si frappone da ostacolo nei frequenti spostamenti che vengono effettuati tra il paese di Bassiano e le lestre nei territori del Quarto di San Donato, evitando così che si effettui il guado rischiando il ripetersi di “… vittime umane …” per non parlare del “… bestiame asportato dall’impeto delle acque …” o dovendo ricorrere, sia da parte dei viandanti che degli animali che sono al seguito nelle transumanze, alla chiatta gestita da un privato, al quale si deve pagare il pedaggio.Chiatta Sandalo

Con l’istanza diretta all’Università Agraria di Bassiano si chiede quindi l’autorizzazione al taglio del legname necessario alla costruzione del ponte o, in alternativa, si propone che sia lo stesso Ente a farsi carico della realizzazione. La domanda ha, come primo firmatario, l’avvocato Giulio Bernardini, che nel 1920 diverrà il primo sindaco socialista di Bassiano, al quale segue la firma di “Porcelli Antonio di Venanzio” e di ulteriori 39 capifamiglia.

La pratica viene inizialmente accolta dall’Università Agraria ma l’iter amministrativo, non perfettamente definito, incorre nei rilievi del Sottoprefetto di Velletri che ne determina il rigetto.

Saranno quindi gli stessi promotori dell’iniziativa a costruire il ponte sul finire del 1914 “a proprie spese dei pastori dimoranti a S. Donato e di qualche volenteroso Cittadino residente a Bassiano”, scavalcando il Fiume Sisto e mettendo “in comunicazione lo stradone della fossa Migliaria 45 tenuta Foro Appio e il Quarto San Donato tenimento della Università Agraria”.  

E arrivo ora alle lettere rinvenute, una dozzina, solo una piccola parte, ma estremamente significativa, di quel drammatico periodo, che tracciano la figura di un uomo, un marito, un padre, un soldato che affronta l’immane tragedia della Grande Guerra, con la sua umanità ed il suo profondo senso del dovere, testimoniato anche laddove scrive:

Faccio quanto posso il mio dovere più specialmente per i miei fratelli, i quali li tengo scolpiti nella mente, notte e giorno”.

Sono le lettere che mi hanno indotto a svolgere quelle ricerche che, come detto all’inizio, non avevo mai prima avuto curiosità di avviare, portandomi infine a dare alle stampe il libro il cui titolo me lo fornisce proprio mio nonno, con l’inizio con il quale si rivolge alla moglie: “Mia Indimenticabile Consorte”.

V’invito a soffermarvi a riflettere per qualche istante su questa frase, su ogni singola parola che la compone e sul profondo senso che ognuna di esse contiene: “Mia” … “Indimenticabile” … “Consorte”

Antonio non ha mai fatto ritorno dalla Grande Guerra: dichiarato disperso, quindi da presumersi morto, il 27 ottobre 1917 al termine dei combattimenti avvenuti su Dosso Faiti, territorio che da tempo non è più nei confini d’Italia.

Il libro ha per sottotitolo “La Grande Guerra dei Bassianesi”, perché le ricerche si sono poi ampliate all’intera Comunità del paese, alle vicende che costituirono tanti tasselli, tante storie, di una medesima Storia, che mi ha consentito di conoscere - sì, penso di poterlo dire ora - un po’ di più, un po’ meglio, chi era mio nonno Antonio.

Era un Uomo! Era mio Nonno!


 

Il libro è acquistabile presso le principali librerie di Latina, Latina Scalo e Sabaudia oppure visitando la pagina Facebook dell'autore ed ordinandolo direttamente a lui. Massimo Porcelli sarà felice di farvi pervenire una copia con dedica

https://www.facebook.com/MiaIndimenticabileConsorte/

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La Lelia Caetani di Clementina Corbi

Con gli occhi di una donna

Oggi, 8 Marzo 2021, Passeggiando passeggiando, arriviamo a Ninfa.

Sarà solo la prima di molte volte che visiteremo questo paradiso in terra.
Questa volta però, vogliamo farlo “con gli occhi di una donna”, attraverso lo sguardo di Clementina Corbi. Clementina incarna in se stessa l’essenza del giardino: suona, scrive ma, soprattutto, come faceva Lelia Caetani, dipinge.

Ed è proprio questo il lato affascinante del piccolo e scorrevole libro che vi consigliamo: la capacità di racchiudere in immagini l’essenza di un luogo da favola e delle persone che lo hanno reso tale.

Il libro di Clementina è diviso in 2 parti, nella prima racconta del Campus internazionale di musica di Sermoneta. La seconda parte è per immagini e racconta di Lelia Caetani e del suo rapporto “artistico” con il mondo.

Se volete saperne di più, potete cliccare qui e guardare una video intervista realizzata nell’ambito di una rassegna di Radio Web Latina chiamata LT-CULT a cura di Loris Fabrizi. Esattamente un mese fa, l’8 Febbraio 2021, Clementina era ospite del programma.
Buona visione e, soprattutto, buona lettura:

https://www.facebook.com/radioweblatinaofficial/videos/431814991474820/


SINOSSI

CON GLI OCCHI DI UNA DONNA, Lelia Caetani, storia di una Principessa

di Clementina Corbi, Illustrazioni di Clementina Corbi

conGliOcchiDiUnaDonna

“Con gli occhi di una donna. Lelia Caetani, storia di una principessa” è un omaggio a Donna Lelia e ai suoi luoghi in terra pontina. Meglio, è un omaggio al ruolo che ella ebbe nell’esaltarne l’intima natura, alla quale diede voce nel modo che più le si addiceva, quello che le apparteneva per cultura e indole: con i colori, le note, l’armonia, la ricerca della bellezza…

Clementina Corbi, attingendo ai suoi ricordi e a quelli della sua famiglia, con un tratto leggero e discreto e accompagnando la narrazione con acquerelli e disegni dalle tinte delicate, ritrae l’ultima principessa e, con lei, Ninfa e Sermoneta. Quell’angolo di mondo i cui contorni Donna Lelia ha contribuito a definire.


CON GLI OCCHI DI UNA DONNA è acquistabile nelle principali librerie di Latina e Provincia o direttamente dal sito dell'Editore, spedizione gratuita con Corriere, consegna in 3-4 giorni lavorativi.

https://www.atlantideditore.it/prodotto/con-gli-occhi-di-una-donna/

Grazie a Dario Petti e ad Atlantide Editore per la disponibilità nella realizzazione di questi articoli

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Terra pontina, podere 599

di Carla Zanchetta
Illustrazioni a cura della Prof. SERENA PIRANI

Inseguendo le “storie dei luoghi”, oggi incrociamo quella di Carla Zanchetta, autrice di Terra Pontina 599. In queste righe ha pensato di dar voce alle case coloniche. Qui, infatti, è ambientato il suo libro ed ai poderi come il suo, ha voluto dedicare questo racconto, colmo di riflessioni profonde:

Le case coloniche raccontano: sono i musei della terra che potrebbero continuare efficacemente ad insegnare. Come sfogliare con gli occhi il nostro passato e costituire tappe in un itinerario storico-turistico. Riscoprire le nostre radici, perché la nostra identità pontina si rafforzi dovrebbe essere perseguito con passione.

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Tra le esperienze che più mi hanno segnato indubbiamente c’è il fatto di essere nata in un podere. Un tempo, era consuetudine partorire in casa. 

Nel podere 599 nella campagna di Borgo Podgora ho trascorso la mia infanzia e la mia giovinezza fino al matrimonio.

Nonostante il Borgo avesse assunto questo nome già dal 1927, tutti si continuava a chiamarlo Sessano. Sessano era il nome di una torre preesistente, per questo il primo Villaggio Operaio fu appunto chiamato “Villaggio Operaio Sessano”.

Il podere è legato ad una storia ben nota di cui si continua ad argomentare, quella dell’immigrazione in Agro Pontino negli anni 1932-1936, quando migliaia di famiglie abbandonarono la terra di origine per trasferirvisi.

Come per lestra s’intendeva un villaggio che sorgeva in una radura, lontano dagli acquitrini e comprendeva, oltre alla capanna, i vari ricoveri per gli animali, il pozzetto e il forno, così il podere comprendeva, oltre all’abitazione con annessa la stalla, l’appezzamento di terra, la porcilaia, il pollaio, il forno, il gabinetto e la concimaia. 

Da un’abitazione destinata ai transumanti (in palude durante l’estate non si poteva resistere perchè aumentava in modo esponenziale la probabilità di contrarre la malaria), ad un’abitazione pensata per essere vissuta in modo permanente: la casa colonica.

Attraverso l’abitazione si coglie il passaggio che ha visto scomparire, in seguito alla bonifica, il fenomeno del nomadismo sia del popolo della palude sia delle genti del nord est.

 Questi ultimi fiaccati dalla mancanza di lavoro erano in cerca di terra e di una casa. 

“Terra Pontina Podere 599” è il titolo che ho voluto dare al mio libro per dire una volta di più che il podere è, per certi versi, il protagonista della storia dell’immigrazione, un testimone discreto. Mentre le persone che vi abitano si agitano, i bambini crescono e diventano adulti, le famiglie scelgono e progrediscono affrontando ogni tipo di prova e fatica, apparentemente immobile, il podere partecipa silenzioso. 

Le case che l’Opera Nazionale Combattenti costruì tra il 1927 e il 1934 erano state progettate di diversi tipi e venivano assegnate tenendo conto del numero dei componenti della famiglia.

Al piano terra la grande cucina e il magazzino, al piano superiore le camere, da tre a cinque.

Le finestre avevano delle reti contro le zanzare e anche davanti alla porta d’ingresso vi era un piccolo vano con la zanzariera. Alcuni poderi avevano il portico che separava la stalla. Altri la stalla l’avevano addossata sul fianco o sul tergo. Podere599 2

Con lo scoppio della guerra le case furono abbandonate per sfollare in luoghi più sicuri. Molte con i bombardamenti subirono danni pesanti. 

Con i contributi per i danni di guerra concessi dallo Stato le case poderali potevano essere ricostruite o restaurate rispettando la tipologia originaria. 

I poderi traboccavano di gente e la terra non dava più da mangiare a sufficienza per tutti.

L’industria segnò il cambiamento. 

Da un lato venne in aiuto alle famiglie offrendo lavoro, guadagno e la possibilità di allargare la casa colonica per ottenere più spazio. Fu la fine della famiglia patriarcale e i nuclei discendenti, grazie al salario della fabbrica, diventano indipendenti.
Un passaggio per certi versi lacerante, tra chi restava sulla terra e chi in fabbrica guadagnava molto di più.
L’industria segna il punto di non ritorno per l’Agro Pontino, che muta velocemente i suoi tratti e tradisce la sua vocazione agricola.
Accanto alle case coloniche hanno cominciato a sorgere altre case nuove che presentano le caratteristiche ibride della nuova economia dell’Agro Pontino. 

Oggi vedere una casa colonica ristrutturata secondo i criteri originali è piuttosto raro.

Molte case coloniche sono state abbandonate, la loro aia è infestata da erba alta, il tetto pericolante, oppure se sono ancora abitate sembrano, avendo ormai perso il loro colore azzurro originale, agonizzare nel loro grigiore.

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Un tempo la casa colonica non aveva recinto, si accedeva nell’aia direttamente dal ponticello (e si lasciava anche la grande chiave sempre nella toppa). Ora invece, quasi tutte le case, tutt’intorno presentano un recinto a protezione, una palizzata, in cemento o delle reti metalliche con un cancello in ferro battuto. Segni di difesa della propria vita privata e di una tendenza all’isolamento impensabile agli inizi.

La casa e la terra erano un tutt’uno. La terra si distendeva dietro casa e sulla strada, davanti alla casa, transitavano di rado e lentamente le persone. Il saluto era sincero, naturale e rispettoso.

Un’umile storia quella delle case poderali che riflette il processo sociale della nostra popolazione.

Quando la pala meccanica ha cominciato a demolire le originali case coloniche perché si pensava a soluzioni “migliori”, ha significato la fine dell’antica civiltà contadina carica di valori. La civiltà contadina che se ne stava immobile e silenziosa da millenni ha ceduto il passo all’avanzare della civiltà industriale della fretta e del rumore. E purtroppo anche dell’inquinamento. Le fabbriche hanno arricchito una generazione ma hanno lasciato alla successiva le loro macerie. Vi abbiamo assistito come se ci trovassimo davanti ad una fatalità ineluttabile.

Quel tipico paesaggio dell’Agro Pontino che dalla collina si poteva ammirare, fatto di strade, canali e case coloniche disegnate e disposte secondo un ordine geometrico è scomparso. La lottizzazione dei poderi vede lo spuntare di altre case di varie dimensioni, di capannoni industriali e anche il grattacielo di Latina.

Ma le mura delle case poderali salvate alla distruzione e all’abbandono potrebbero ancora raccontare alla generazioni di oggi di una storia importante che ha il profumo del sacrificio, della fatica e del riscatto. 

Non vi sono nati personaggi illustri, non sono stati tutelate come ville nobiliari, ma vi hanno abitato contadini, uomini semplici con la sapienza scritta nelle mani callose sostenuti da donne forti e innamorate. 

Silenziosamente con la loro umanità hanno scritto la pagina più bella e per questo indimenticabile della storia dell’Agro Pontino. 

Con rammarico possiamo constatare che le case coloniche non sono state tutelate, che si è fatto finta di nulla davanti ai vari interventi che li hanno deturpati quasi che dopo la caduta del fascismo non gli si attribuisse più un valore. 

Valore che era stato messo in ombra forse perchè associato al periodo buio della dittatura.

E se salvassimo quelle poche case che sono rimaste? 

Quelle che sopravvivono restano testimoni di un’epoca.

Se le considerassimo come patrimonio da tutelare e proteggere?”


SINOSSI

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I Lorenzin abitano a Treviso e lavorano come mezzadri presso un ricco latinfondista che li sfrutta. Tanta fatica e tanta fame. 

C'è il nodo del giorno di san Martino: l'11 di novembre di ogni anno il padrone decide se rinnovare il contratto di lavoro alle famiglie oppure se mandarle via. Per questa ragione i contadini mezzadri erano costretti a cercare un altro padrone che desse loro lavoro.

La vita della famiglia Lorenzin cambia rotta quando viene loro proposta la possibilità di trasferirsi in Agro Pontino. Come le altre tre quattromila famiglie partono affrontando l'ignoto, la separazione dai loro cari, dalla terra che li aveva visti nascere, dai loro morti.

Partire è l'unica soluzione per vincere la miseria. La separazione dagli affetti, da quell'aria che hanno sempre respirato è molto doloroso. 

Un giorno di ottobre del 1933 partono alla volta dell'Agro Pontino, considerata la terra promessa di una vita migliore.

Non è una scelta libera perché soggiogati dai grandi latifondisti terrieri e piegati dalla crisi del '29,  non hanno altra via d'uscita.

Per essere assegnatari del podere in Agro Pontino è previsto un requisito fondamentale: quello di essere ex combattente della prima guerra mondiale. Ma sono necessarie anche braccia da lavoro, almeno quattro maschili e due femminili per portare avanti l'attività nella colonia.

I Lorenzin si ritrovano in una terra nuova, terribilmente soli. Ciò che i loro occhi vedono è solo cielo e terra arata. Non un albero. Le case belle e nuove tutte azzurre sono distanti le une dalle altre.
Come avrebbero fatto? Resistono. Molti altri non ce la fanno e tornano indietro in Alta Italia.

Si sentono imbrogliati: la terra non è come se la immaginavano; è zuppa d'acqua e per questo è difficile da lavorare e non rende. E poi la zanzara anophele miete le sue vittime anche tra i coloni. Il contratto a mezzadria che i coloni stipulano prevede che gran parte del raccolto venga requisito dal governo. I Lorenzin si adattano a vivere nella colonia sotto la dittatura che impone le sue regole inflessibili.

La terra con il tempo va asciugandosi e produce ogni anno di più.

Ma nel '43 con lo sbarco ad Anzio, la zona a nord dell'Agro Pontino diviene un campo di battaglia. Il podere dei Lorenzin è situato vicino al fronte del canale Mussolini e sono costretti ad abbandonare la casa e la terra e a sfollare in collina, a Sermoneta. La notte del 30 gennaio tra il fuoco dei bombardamenti, sotto una pioggia torrenziale e al bagliore dei fulmini lasciano alle loro spalle  Sessano - Borgo Podgora in fiamme.

Torneranno ad aprile, dopo la liberazione di Littoria ma troveranno la casa poderale semidistrutta. Ricominciano da capo. Questa volta liberi dall'oppressione dei nemici. Anche i Lorenzin vivono la miseria del dopoguerra, la fatica della ricostruzione e assistono al grande cambiamento dell'Agro Pontino. Le prime fabbriche portano il benessere mai conosciuto prima. Nelle tasche le monete sonanti consentono di vestirsi, mangiare e studiare. 

Ester, l'ultima discendente dei Lorenzin cresce a Latina ma respira pienamente la cultura veneta, parla il dialetto trevisano, è dentro i valori della tradizione insegnata. 

Quando però diventa adulta è assalita da una crisi di identità. 

Pur sentendo scorrere nelle vene sangue veneto sente il Veneto geograficamente troppo lontano. 

E camminando per le strade della sua città non si sente neanche pienamente latinense.

Lo strazio vissuto dai genitori e dai nonni si scrive nell'animo di Ester. Come se avesse interiorizzato la lacerazione della separazione dalla terra nativa dei suoi genitori e dei suoi nonni. Dentro di lei alberga un tormento che l'accompagnerà per lunghi anni fino a quando non decide la sua avventura, quella di scavare dentro la miniera di ricordi. Recupera le vicende che hanno accompagnato la vita di chi l'aveva preceduta e riesce a dare risposta a tanti dei suoi perchè.  Col tempo e non con poca pena, matura un senso di appartenenza. Si lascia aiutare dal mito, dal senso religioso, dalla poesia. Ester alla fine del suo percorso riesce a sentire profondamente di appartenere all'unico grande popolo, quello dell'umanità e si percepisce come un anello nuovo in una grande storia dove non c'è più spazio per la nostalgia ma unicamente per la speranza e per il futuro.


Terra pontina, podere 599 è acquistabile nelle principali librerie di Latina e Provincia o direttamente dal sito dell'Editore, spedizione gratuita con Corriere, consegna in 3-4 giorni lavorativi.

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Grazie a Dario Petti e ad Atlantide Editore per la disponibilità nella realizzazione di questi articoli

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Bassiano, la patria di Aldo Manuzio

Bassiano, si sa, è il paese natale di Aldo Manuzio, il grande e famoso editore rinascimentale.
O no? Cioè, prima che Antonio Berardini lo dimostrasse, qualcuno aveva ancora qualche dubbio al riguardo ...

È per questo che questa ri edizione del libro di Bernardini, promossa da Atlantide editore è una bella storia ... perché ci da uno sguardo nuovo e raffinato su un tempo e su un uomo che vale pena conoscere.

LA PATRIA DI ALDO MANUZIO IL VECCHIO

Di Dario Petti e ALberto cardosi

“... In più di un paese è stato fatto nascere Aldo il Vecchio: a Bassiano, a Sermoneta, a Bassano, a Bracciano. Chi ponga mente al tempo in cui tale varietà di nomi si è venuta svolgendo, potrà di leggieri constatare come Bassiano sia stato il paese incontrastato fino agli ultimi anni e precisamente, fino al 1875, nel qual anno Ambrogio Firmin-Didot trasse in campo Sermoneta. Di più recente data sono Bracciano e Bassano. Ma essi fortunatamente, non hanno avuto l’onore di una dotta difesa …
Antonio Bernardini"

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Questo opuscolo, La Patria di Aldo Manuzio il Vecchio, fu dato alle stampe dal professor Antonio Bernardini nel 1908 per rivendicare a Bassiano, «al nostro paesetto umile e bello», come egli scrisse, «la nascita di Aldo il Vecchio, onde tanta gloria a noi viene». Bernardini in previsione del 400° anniversario della scomparsa di Manuzio, che sarebbe ricaduto nel febbraio 1915, voleva dire una parola definitiva nel dibattito attorno al paese natale del celebre stampatore. Ci aveva già provato nel 1904 quando, allora studente diciannovenne della facoltà di Lettere dell’Università di Roma, scrisse una missiva a Il Giornale d’Italia in cui contestava ad alcuni studiosi l’erronea attribuzione dei natali di Manuzio ad altre città italiane. Riportiamo di seguito l’articolo:

Il piccolo opuscolo che riproduciamo, La Patria di Aldo Manuzio il Vecchio, quasi introvabile nelle biblioteche, mai più ristampato dal 1908, anno della sua uscita a cura della Tipografia Oreste De Andreis di Alatri, è l’occasione per celebrare non solo il 500° anniversario della scomparsa del grande stampatore, editore e umanista, Aldo Manuzio e delle sue origini bassianesi, ma anche per riscoprire la splendida figura di intellettuale e insegnante che fu Antonio Bernardini, autore del testo, anch’egli bassianese, discendente di una influente famiglia del luogo, morto prematuramente nel 1917 a soli 32 anni. 

Allontanatisi i suoi cari dal paese natale, anche il suo ricordo con il passare del tempo era completamente svanito nella comunità d’origine, dove egli tuttora riposa. 

Quando morì Bernardini, Benedetto Croce inviò una lettera alla madre, Rosa D’Erme, residente a Bassiano, manifestando tutto il suo dolore per la perdita di quello che considerava «un giovane di grande avvenire», un «eletto» e «nobile cuore». 

Chi era dunque questo giovane studioso dei Monti Lepini capace di conquistare la stima di uno dei più grandi intellettuali europei del ‘900? 

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Infine, uno sfortunato caso del destino. Alberto Cardosi, giovane e brillante studioso, che, insieme a Dario Petti, di Bernardini ha ricostruito il profilo umano e politico-culturale, come il protagonista del suo scritto è stato rapito alla vita alcuni mesi prima che questo piccolo libro fosse ultimato. Alberto era un amico raro, per la sua alta concezione dei rapporti umani, per il suo spessore morale, per la sua fantasiosa creatività anche in ambito editoriale, spesso si discuteva dei suoi affascinanti progetti, come la riedizione critica degli statuti dei partiti politici all’alba del ‘900 per osservare la parabola dei partiti di massa lungo il XX° secolo o di altri preziosi e ormai introvabili testi storici. In queste pagine dunque si dipana un curioso intreccio di storie, di amore per l’umanità, l’amicizia, la cultura, la scuola, i libri, tutto ciò proprio nella terra di Aldo Manuzio, un fatto casuale? 

Probabilmente sì, ma a noi piace pensare che in qualche modo c’entri anche lo “stampo” di Aldo.


SINOSSI

La ristampa di un piccolo opuscolo del 1908, La Patria di Aldo Manuzio il Vecchio, quasi introvabile persino nelle biblioteche, è l’occasione per celebrare non solo il 500° anniversario della scomparsa del grande stampatore, editore e umanista, Aldo Manuzio e delle sue origini bassianesi, ma anche per riscoprire la splendida figura di intellettuale e insegnante che fu Antonio Bernardini, autore del testo, anch’egli bassianese, morto prematuramente nel 1917 a soli 32 anni. Quando Bernardini morì, Benedetto Croce inviò una lettera a Bassiano, indirizzata alla madre di lui, Rosa D’Erme, manifestando tutto il suo dolore per la perdita di quello che considerava «un giovane di grande avvenire», un «eletto» e «nobile cuore».

Chi era dunque questo giovane studioso dei Monti Lepini capace di conquistare la stima di uno dei più grandi intellettuali europei del ‘900? Il profilo biografico che accompagna la riedizione di questo pamphlet cerca di dare una risposta a tale domanda.

È l’occasione inoltre per conoscere la bellissima storia che sta dietro la pubblicazione di un altro libro del Bernardini, assai più impegnativo e voluminoso, Il concetto di filologia e di cultura classica nel pensiero moderno, che riuscì a vedere la luce, per i tipi della prestigiosa Laterza, solo trent’anni dopo la scomparsa del giovane professore, attraverso due guerre mondiali e vicende rocambolesche, grazie alla tenacia, passione ed affetto di un suo ex allievo, Gaetano Righi, che mai dimenticò il suo “maestro”.

Ma non è tutto. In queste pagine si dipana un curioso intreccio di storie, amore per l’umanità, l’amicizia, la cultura, la scuola, i libri, tutto ciò proprio nella città natale di Aldo Manuzio, un fatto casuale? Probabilmente sì, ma a noi piace pensare che in qualche modo c’entri anche lo “stampo” di Aldo.


LA PATRIA DI ALDO MANUZIO IL VECCHIO di Antonio Bernardini a cura di Alberto Cardosi e Dario Petti è acquistabile nelle principali librerie di Latina e Provincia o direttamente dal sito dell'Editore, spedizione gratuita con Corriere, consegna in 3-4 giorni lavorativi.

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La mia solitaria fierezza

Testo di Mario Leone

“Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai a Ventotene, dove rimasi quattro anni, dal luglio 1939 al 17 agosto 1943, dall’età di 32 a quella di 36 anni, dall’inizio della seconda guerra mondiale alla caduta del fascismo. Quegli anni in quell’isola sono ancor oggi presenti in me con la pienezza che hanno solo i momenti ed i luoghi nei quali si compie quella misteriosa cosa che i cristiani chiamano l’elezione. Le membra disjecta dei sentimenti, pensieri, speranze e disperazione si ricomposero allora in un disegno nuovo, per me stesso sorprendente; la mia debolezza si convertì in forza; sentii che una nuova consonanza straordinaria si andava formando fra quel che accadeva nel mondo e quel che accadeva in me; compresi che fino a quel momento ero stato simile a un feto in formazione, in attesa di esser partorito, che in quegli anni in quel luogo nacqui una seconda volta, che il mio destino fu allora segnato, che io assentii ad esso e che la mia vera vita (…) cominciò”.

Ventotene faro

Sono le parole che Altiero Spinelli ha dedicato, nella sua autobiografia, al periodo di confino sull'isola di Ventotene dove era arrivato dopo aver scontato 10 anni di carcerazione. Un'isola dal significato molteplice: palestra di vita, dell'antifascismo, di segregazione e di “redenzione”. Un luogo destinato alla storia patria italiana e europea perché qui, un gruppo di “visionari” mise insieme un progetto per unire e liberare l'Europa dalle dittature e far prevalere la ragione democratica e la pace in un contesto sovranazionale, superando le aporie nazionaliste.

Non solo Spinelli, con lui Ernesto Rossi e Eugenio Colorni in particolare. Messi “al bando” per non nuocere al Regime. Ventotene, quindi, doveva rappresentare la loro condanna all'isolamento.

Così non sarà, fortunatamente. E diventerà una nuova “patria ideale”.

“L’isola è lunga meno di due chilometri, larga fra duecento e ottocento metri, solo leggermente ondulata, - ricorda ancora Spinelli - sì che i venti la spazzano liberamente, ed è quasi priva di alberi. Normalmente non si vedeva tutt’intorno che mare e cielo, ma quando non c’erano brume sull’orizzonte, alcune finestre delle case di Gaeta scintillavano riflettendo a noi i raggi del sole al tramonto, quasi a ricordare che il “continente” – come si diceva correntemente – nel quale, da Gaeta a Canton, un gioco terribile stava decidendo le sorti dell’umanità, non era dopotutto così lontano”. 

Diventata confino politico nel 1930, dopo l’istituzione della misura del confino di polizia con la legge di pubblica sicurezza e la legge sui provvedimenti per la difesa dello Stato, l'isola era collegata col continente e con Ponza attraverso un postale. Era da qui che i confinati scendevano su barche e condotti al porticciolo romano. Il confinato subiva un controllo accurato, non aveva documenti personali di riconoscimento, ma veniva provvisto della Carta di permanenza, il ben noto “libretto rosso”, dove erano menzionate le prescrizioni alle quali bisognava attenersi. Spazio di passeggiata circoscritto, invalicabilità del limite di confino (segnalato con cartelli, filo spinato), controllo con agenti di pubblica sicurezza che svolgevano anche operazioni di pedinamento nei confronti dei più “irriducibili” confinati (a 3 passi di distanza). Appelli ai quali bisognava rispondere (tre volte al giorno d’estate, due d’inverno) nella piazza principale, oggi piazza Castello, con orari obbligatori di uscita e rientro nei “cameroni” (costruiti appositamente, visto il crescere delle presenze, fino ad 800 “ospiti” nei periodi di maggiore affollamento, e abbattuti negli anni '80 del '900), divieto di parlare di politica, possibilità di scrivere (con persone autorizzate dalla direzione) una lettera (o una cartolina) a settimana (lunghezza massima 24 righe, sottoposta a censura). L’organizzazione delle mense era stata lasciata ai confinati, per movimento politico di appartenenza: tra queste, sette mense di comunisti, due di anarchici, due dei manciuriani, una di giellisti, una di socialisti (capo mensa Sandro Pertini) e la mensa “A” degli ammalati, in particolare tubercolotici. Più avanti, lo stesso Spinelli metterà su una nuova mensa, la mensa “E”, del gruppo dei federalisti europei. Per disposizione della Carta di permanenza, i confinati dovevano trovarsi un lavoro (visto che la “mazzetta” di cui venivano forniti era ben poco consistente). Tra via Rose e via Ulivi si trovavano l’orologiaio Spinelli, l’arrotino e lo stagnino come Pippo Pianezza, tante botteghe. 

Oggi gli echi di quei pedinamenti, di quelle voci, di quelle vite (più di 2000 confinati hanno varcato la soglia dell'isola), possono essere percepiti e ascoltati con la mente sgombra e il cuore aperto. Perché queste sono anche le nostre storie... 

Colorni confinoVentotene1940 
1: Ursula Hirschmann e Eugenio Colorni al confino di Ventotene nel 1940 (dall'archivio di Mario Leone)
MensaSocialista Ventotene
2: muro della mensa socialista gestita da S. Pertini (Ph. Marco Mastroleo)

Mario Leone ha raccontato per esteso questa storia, in un libro pubblicato da Atlantide Editore nel 2017, intitolato
LA MIA SOLITARIA FIEREZZA

SolitariaFierezza Leone

SINOSSI:

Verso la fine degli anni ’30 del secolo scorso, sulle Isole pontine si spendeva la vita di tanti condannati dal Regime fascista. Tra questi uno dei padri dell’Europa unita. Condannato a più di 16 anni di carcere, limitato nella libertà sulle isole di Ponza prima e di Ventotene dopo, Altiero Spinelli ha attraversato la storia italiana ed europea diventandone uno dei protagonisti assoluti.

Questo lavoro vuole restituire visibilità ai documenti del confino contenuti nei fascicoli personali di Spinelli conservati presso l’Archivio di Stato di Latina.

L’introduzione di Mario Leone e i colloqui con Edmondo Paolini e Piero Graglia conducono per mano il lettore nella vita al confino di Spinelli; il pensiero da questi maturato in quel periodo lo accompagnò “alle porte della città democratica”, dove realizzò il “Manifesto di Ventotene”.


 LA MIA SOLITARIA FIEREZZA di Mario Leone è acquistabile nelle principali librerie di Latina e Provincia o direttamente dal sito dell'Editore, spedizione gratuita con Corriere, consegna in 3-4 giorni lavorativi.

https://www.atlantideditore.it/prodotto/la-mia-solitaria-fierezza/

Grazie a Dario Petti e ad Atlantide Editore per la disponibilità nella realizzazione di questi articoli

Ventotene, Spinelli, Europa, Leone

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da un'idea di Marco Mastroleo

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